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Federica - St. Mary's Matriculation - India

PROGETTO DI INNOVAZIONE SOCIALE

Agosto 2018

“Partii a fine luglio, con l’idea che sarebbe stata un’estate particolare. Mi ero documentata sulla città, Tindivanam, avevo recuperato informazioni sulla scuola e sulla famiglia che la dirigeva, ma non avrei mai potuto prevedere quello che ho vissuto per un mese. All’andata mi sono ritrovata in aeroporto con ore di anticipo, provando a mettere ordine fra quelli che erano i pochi bagagli e vestiti che stavo portando, quelle che erano le poche certezze e sicurezze e le tante emozioni. La mia collaborazione prevedeva al mattino ore di insegnamento a bambini della scuola lì presente, mentre al pomeriggio attività di ricerca fondi. Prima di partire mi ero divertita a realizzare presentazioni Power Point su svariati temi che riguardavano l’Italia. Dalla geografia, al cibo e le festività. Era forse fin troppo utopico il pensiero che avevo, quando ancora in terra italiana, l’aereo non era decollato. Mi immaginavo magari un proiettore con cui mostrare immagini e video, pensavo a banchi adeguati e sedie comode per i bambini, dalle quali potessero seguire le lezioni, fantasticavo su domande che potevo fare in classe e alle possibili risposte che avrei ricevuto. Forse, quando si vola di notte e ci si risveglia in un altro continente, la diversa realtà sembra un sogno vissuto in altre vesti. Con la mente leggermente annebbiata sfrecciai dall’aeroporto di Chennai a Tindivanam. Tre ore di strade che man mano diventavano sempre più rurali. Vacche che passeggiavano fra le macchine, uomini, donne, bambini, famiglie su motorini. Strade senza precedenze, strade senza senso. Motori e suoni di clacson.

Se, a posteriori, dovessi fare un resoconto veloce della mia permanenza potrei esprimerlo in tre concetti: famiglia, sorriso e sapori.

Alloggiai presso la casa di Sharmila e Anand, moglie e marito che dirigono la scuola di Tindivanam. Il motto quotidiano è “Every child deserves an education, regardless of their social status, religion, caste or color” (“Ogni bambino merita un’educazione, qualsiasi sia il suo stato sociale, religione, casta o colore). Vivendo con una famiglia indiana, per fortuna, ebbi la sfortuna di vivere la quotidianità della servitù e della divisione in caste all’interno delle case e della società. Ascoltai i loro pensieri e le loro tradizioni. Alcune sembravano arretrate, altre mi suonavano un po’ buffe. Le facce stupefatte dei bambini quando, alla loro domanda se io e mia sorella avessimo già dei mariti, data ormai la tarda età di 22 e addirittura 25 anni, dovetti rispondere con dissenso.         

Tindivanam è un villaggio che sta cercando il suo posto nel mondo, si sta evolvendo. Sharmila e Anand hanno capito che la loro forza aumenta quando collaborano con l’esterno ed è per questo che cercano volontari che vadano ad insegnare inglese nella loro scuola. Tutti assieme formano una grande famiglia che cresce assieme. Loro due accolgono chiunque abbia buoni intenti con vitto, alloggio, racconti, riflessioni e sapori.

Ogni giorno a scuola era una festa. Non appena io, o altre volontarie, azzardavamo il primo passo nel cortile della scuola, eravamo inondate da una marea di bambini. Venivano a salutare, a sorriderci, a chiederci come stavamo. Dopo la timidezza dei primi giorni, era fantastico notare come provavano a capirti quando parlavi. Cercavano di raccontarti e ti porti svariate domande. È anche in tali piccolezze che, settimana per settimana, imparavano da ognuna di noi volontarie nuove paroline, nuove frasi, nuovi gesti e giochi.

Io insegnavo ad una classe di bambini di 9/10 anni. Ogni 45 minuti, facevo lezione con un gruppetto di 6/7 studenti che, al suono della campanella, venivano cacciati dai coetanei, volenterosi di non perdere neanche un secondo. Il livello era molto vario. Chi rispondeva e parlava, chi raccontava, chi riusciva solo ad ascoltare e chi, nel silenzio e disattenzione, era impossibile giudicare se riuscisse a seguirti. Una cosa in comune? Il sorriso con cui entravano ogni giorno in classe. Fin dal primo giorno capii che le presentazioni Power Point erano utili per fare vedere ai bambini immagini e video. Erano curiosi e commentavano a parole, gesti o espressioni ogni fotogramma. Le lezioni frontali sono impossibili. I ragazzi hanno bisogno di muoversi e di esprimersi, allora lasciai che fossero creativi. Iniziavamo ballando e cantando in inglese, facevamo un po’ di lessico, speaking o grammatica a seconda della giornata e poi mettevamo in pratica quanto imparato con giochi o recitazione. Era emozionante vederli divertirsi e sentire che giorno per giorno ognuno sembrava prendere sempre più confidenza. A piccoli passi, ogni bambino acquistava più consapevolezza del proprio inglese e voleva provare a parlarmi. Loro non sono abituati a viaggiare, poiché la maggior parte viene da poveri villaggi nei dintorni della scuola. Magari non potranno mai prendere un aereo, quindi prendono con sé ogni curiosità te riesca a concederli. Ridevano imbarazzati quando gli mostravo i saluti fra persone in Europa. Mi chiedevano come sono le famiglie nella mia penisola, cosa si mangia, come si vive.

Un giorno, dopo scuola, andai a visitare un villaggio dove vivevano alcuni degli studenti. Mi ritrovai immersa in quella che sembrava l’innocenza del paesaggio. Case rudimentali, capanne, alcune senza letti né tavoli. Stoviglie e oggetti di culto, sparsi su pavimento o appesi al muro. C’era chi poteva permettersi un letto da condividere con tutta la famiglia. Erano contenti di quello che avevano, nel caldo che abbracciava ognuno all’interno del villaggio.  

Senza parole, un sorriso, con ogni sua sfumatura, esprime la facilità e magia di comunicare.

Girai di luogo in luogo nella regione del Tamil Nadu, insieme alla famiglia che mi ospitava e alle altre ragazze volontarie che vivevano con noi, non appena si presentava l’occasione. Il bazar nella strada principale del villaggio, l’infrangersi delle onde sulle scogliere di Pondicherry, i templi di Mahabalipuram, i culti e la sacralità di Auroville, le curiosità di DakshinaChitra e la frenesia da grande città di Chennai. Ovunque i sapori e gli odori penetravano l’animo. Assaggiai ogni piatto dell’India del sud, circondata dalle spezie con cui cucinava in casa la nostra cuoca. Trascorsi ore in terrazza a fare yoga con la famiglia e le altre ragazze volontarie.

Durante la permanenza in India, iniziai una campagna di ricerca fondi. La scuola dispone di documenti, cartacei, sparsi. Non sono molto organizzati, anche se negli anni stanno migliorando. Chiedono ad ogni volontaria di aggiornare il loro sito web e le loro pagine sui social network, per dare visibilità alla scuola. Sharmila e Anand spesso ci parlavano delle volontarie precedenti, dei loro successi o meno nella raccolta fondi, di come questi ultimi avessero permesso negli anni di non far chiudere la scuola, di comprare scarpe e indumenti adeguati per i bambini, di finanziare la costruzione di strutture. Racconti di un percorso, ma con poca documentazione. Io avevo potuto ascoltare e sperimentare tutti questi ricordi, ma un qualsiasi possibile donatore, non potrebbe concederli la stessa fiducia su come i suoi soldi potrebbero essere preziosi per i bambini della scuola. Per tale motivo, insieme a una delle volontarie che viveva con me quell’esperienza, creai un sito di raccolta fondi per banchi e panchine, per permettere strutture adeguate ai ragazzi, che non potevano seguire in maniera decente le lezioni. Montammo un video per cercare di esprimere quello che noi avevamo visto e vissuto in quel mese in India. Iniziammo a ricevere dei fondi ed il nostro progetto è ancora attivo adesso ad un paio di settimane dal rientro in Italia. Questo viaggio mi ha lasciato tanto e ho lasciato lì una parte di cuore, per questo sono propensa a continuare ad aiutare la scuola anche se a distanza.”

Federica